Così la Germania ignora la crescita e confonde autorità con austerità

"Trovo pazzesco il modo in cui la Germania interpreta e gestisce questa crisi. L’analisi economica che fanno i tedeschi è completamente sbagliata e a questo si aggiunge la volontà di far pesare il loro potere sugli stati più deboli, con una politica economica centralista basata esclusivamente sull’austerità. Non ho nulla contro l’austerità in sé, ci sono casi in cui è inevitabile, ma la formula imposta da Berlino è sconvolgente. Non ho mai visto nulla del genere”. Leggi Così il “moralismo” tedesco ha costretto Draghi a una scommessa rischiosa (da 1 trilione di euro)
15 AGO 20
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“Trovo pazzesco il modo in cui la Germania interpreta e gestisce questa crisi. L’analisi economica che fanno i tedeschi è completamente sbagliata e a questo si aggiunge la volontà di far pesare il loro potere sugli stati più deboli, con una politica economica centralista basata esclusivamente sull’austerità. Non ho nulla contro l’austerità in sé, ci sono casi in cui è inevitabile, ma la formula imposta da Berlino è sconvolgente. Non ho mai visto nulla del genere”. L’economista José Antonio Ocampo, professore della Columbia University, ex sottosegretario per l’Economia e gli affari sociali alle Nazioni Unite, due volte ministro del governo colombiano ed eminente rappresentante dell’entourage di Joseph Stiglitz, parla con il Foglio nel suo ufficio stipato di libri. Non c’è bisogno di scorgere i due tomi delle “Obras” di Che Guevara per capire che l’orientamento liberal domina nei corridoi dell’università.

Alle domande sulla gestione della crisi europea, Ocampo si aggrappa ai braccioli della sedia e attacca: “Innanzitutto bisogna fare una distinzione fra la politica monetaria e quella fiscale. Sul primo aspetto trovo che la Bce si sia mossa con cautela ma sostanzialmente nella direzione giusta. Di fatto funge da prestatore di ultima istanza per le banche e non può spingersi fino ad acquistare i titoli degli stati. Il problema è sul lato fiscale: è qui che i tedeschi sbagliano analisi e presentano la crisi europea come se non fosse una crisi finanziaria, ma l’esito di una mancanza di disciplina dei singoli stati. Diciamoci la verità: il problema di paesi come Italia, Spagna e Irlanda non è principalmente fiscale. Per la Grecia è diverso, ma qui non si possono dimenticare le garanzie che l’Europa, e in primis la Germania, non ha richiesto all’atto di nascita dell’Eurozona. E’, a livello degli stati, esattamente quello che è successo in America con i mutui. Soltanto che gli Stati Uniti hanno difeso il sistema con la liquidità, la Germania cerca di farlo con un insostenibile piano di austerità”. E su questo punto il professore arriva inevitabilmente a un’osservazione classica di Keynes: “Il ‘fiscal adjustment’ finisce per pesare sui paesi con il deficit più alto”.
“Qualcuno mi deve spiegare – continua Ocampo – perché diavolo la Germania ha imposto un taglio dei salari del 22 per cento ai greci e contestualmente non ha alzato i suoi, prendendosi fino in fondo la responsabilità che deriva dal suo ruolo di leader economico dell’Eurozona al quale è tanto affezionato quando si tratta di dettare sacrifici agli altri. Mi sembra evidente che accanto alla pessima analisi economica c’è un calcolo politico preoccupante”.

Quale? “La condivisione della sovranità che il progetto dell’euro comportava è una cosa positiva in assoluto e ha complessivamente aumentato la ricchezza dell’Europa, ma vedo un problema a livello del funzionamento della democrazia quando uno stato si mette nella posizione di dettare la politica economica agli altri paesi. Ci sarebbero state soluzioni alternative, come gli Eurobond, ma naturalmente avrebbero diminuito la leva politica della Germania”.

Sulle differenze di impostazione fra America ed Europa nella gestione della crisi, Ocampo vede i termini di uno scontro culturale: da una parte c’è l’insistenza sulla disciplina a qualunque costo, dall’altra la flessibilità di una politica economica guidata dal faro della crescita. Come Paul Krugman e molti altri economisti keynesiani, anche lui giudica l’intervento iniziale di Washington dopo la crisi del 2008 “non abbastanza aggressivo” ma, continua, “se mi chiedessero di citare l’entità di qualsiasi genere che negli ultimi quattro anni ha funzionato meglio non avrei dubbi: la Fed. Dopo alcuni tentennamenti iniziali la Banca centrale americana ha trovato una direzione sostenibile per tornare alla crescita economica. I segnali che vediamo ora negli Stati Uniti non sono eccezionali, ma almeno sono positivi. E’ difficile fare un paragone con l’Europa, perché l’obiezione classica è che la Fed non compra i buoni del Tesoro dei singoli stati ma soltanto i titoli federali. Ma il confronto sarebbe corretto se fossero stati creati gli Eurobond: così com’è oggi l’Europa è su una dimensione parallela rispetto agli Stati Uniti”.

Mentre Ocampo parla gli attori dell’Eurozona stanno dibattendo sui termini del secondo bailout della Grecia proposto dalla troika, e sul caso greco il professore della Columbia dice che “la situazione può essere affrontata. Anzi, deve essere affrontata, perché un eventuale default della Grecia con la conseguente uscita dalla zona euro sarebbe insostenibile. Qualcuno è convinto che una dipartita di Atene potrebbe essere controllata, ma io la penso al contrario. Genererebbe una reazione incontrollabile che intaccherebbe anche gli Stati Uniti”. Qual è allora uno scenario possibile per l’euro? “Ci sono già due Europe di fatto nell’Eurozona, con una terza posizione rappresentata dall’Inghilterra. Al momento non vedo altro se non un processo di radicalizzazione delle differenze fra l’Europa continentale e quella mediterranea”.